Essere e far essere l’Azione cattolica al tempo di EG – Valentina Soncini

CONSIGLIO REGIONALE AC EMILIA ROMAGNA –  5 NOVEMBRE 2017

–> di VALENTINA SONCINI

 

–> ascolta il saluto di Mons. ZUPPI

 

A margine del Fiac

Essere e far essere l’Azione cattolica al tempo di EG e a fronte delle consegne di Papa Francesco

Questo momento viene dopo una riflessione più approfondita svolta dall’amica teologa Stella Morra.

I punti forti del suo discorso, così come li ho percepiti mi sembrano  almeno questi:

Ha offerto una contestualizzazione temporale:

1 – Concilio, 50 anni e tre fasi di recezione: prima entusiastica, seconda più problematica, terza di irrigidimento da 1985 al 2010. Una delle cose più gravi è stata una sorta di interruzione della tradizione, passaggio incompleto e molto parziale delle ordinarie prassi di funzionamento delle chiese.

Il 1985 è l’anno del Snodo a 20 anni dal Concilio. Segretario Kasper – Presidente Giovanni Paolo II

Si inaugura una ecclesiologia di comunione che avrebbe dovuto esprimere meglio la acquisizioni del Concilio – in realtà ha consentito di emarginare il più scomodo Chiesa popolo di Dio  -adeguato a una teologia dell’incarnazione  – Da allora si è assistito a una parabola che ha accentuato o ripreso dal preconcilio una concezione di Chiesa comunionale clero-centrica , la comunione è stata sempre più interpretata in chiave sacrale.

2 – L’accentuazione dell’elemento dottrinale (verità immutabili) scalfito ora con Papa Francesco da un richiamo a una predicazione attenta alla presenza di Dio nella storia, in  contesti che vanno compresi. Torna di scena la storicità della Rivelazione, della Chiesa

3 – problema di una AC tutta e solo formativa, le azioni sono lasciate ai singoli  che fanno apostolato e assumono responsabilità nel mondo. Non c’è più mediazione dell’adultità socialmente accettata. La libertà di coscienza è diventata solitudine di coscienza.

Tema dell’azione singola, non da associati – l’AC  rischia di non essere più luogo di discernimento dei segni del tempo in forza della sua ecclesialità e della sua indole secolare.

4 – questione parrocchia  – rischio di esaurimento !!! abitare il confine. Aprire le nostre parrocchie rendendole permeabili  al mondo.

5  – Destinatari, tutti. Il popolo è un concetto mitico e non sociologico – Il popolo è il soggetto, ma ancora non basta – tema del governo, dello stile, della condivisione e della soggettività del popolo.

Cosa può oggi l’AC offrire in una fase di trasformazione della vita di Chiesa? Cosa può offrire per una trasformazione missionaria?

Le questioni sottese a questi punti

Sulla base di queste sollecitazioni che sono sottese all’invito a un apostolato missionario coraggioso, creativo, aperto da parte del Pontefice , provo a precisare qualche punto e evidenziare qualche criticità e qualche azione possibile.

Nella prassi pastorale che si è andata definendo e irrigidendo tra il 1985 e il 2013 ( credo l’arco di età di molti di voi) alcuni tratti sono caratteristici:

  • accentuazione della categoria della comunione che viene interpretata come assenza di conflitti,  accordo tra tutti, scoraggiamento a forme di confronto che potessero giungere al dissenso (stretta di mano AC   – CL a Loreto, mancanza di voto  di mozioni al termine dei convegni ecclesiali per evitare spaccature, assenza di dibattito politico nelle comunità cristiane…)
  • accentuazione di una Chiesa gerarchica che si pone non dentro ma di fronte al Popolo di Dio – il vescovo e il presbitero è come se fossero tali anche senza esserlo per una diocesi o per una porzione del Popolo di Dio (communionis notio 1992 – i vescovi tra loro esprimono e vivono una comunione che sembra non includere la comunione delle loro chiese)
  • accentuazione di aspetti sempre più intraecclesiali, sacrali nel modo di intendere la pastorale. Anche i destinatari sono solo teoricamente tutti i battezzati, in realtà sono coloro che ricevono i sacramenti  per i quali la comunità necessita di operatori pastorali.  Chi non rientra in questi compiti scarsamente trova spazio o valorizzazione in parrocchia. La  vita laicale non è argomento, non è portatrice di elementi di innovazione e di incarnazione del Vangelo,  non è da ascoltare, se mai va riportata ai valori non negoziabili.   Costi quel che costi.

In questa Chiesa abbiamo fatto di tutto , mettendoci a disposizione per l’edificazione della Chiesa locale, in coerenza con la nostra peculiarità di collaboratori diretti della Gerarchia per i fini apostolici generali della chiesa . Ci siamo messi a servizio tutte le volte che è stato richiesto – abbiamo collaborato, cercando di coltivare quei legami che pensavamo   ancora pensiamo , possano far nascere relazioni più mature per una corresponsabilità non concessa, ma riconosciuta.

Abbiamo dato molto, ciascuno di noi ha fatto molto: educatore, catechista, lettore, membro /segretario del consiglio pastorale parrocchiale o anche diocesano, campi, veglie.. ce lo hanno sempre chiesto, ma come singoli,  molto stimati, affidando  però sempre meno questi compito all’AC  a cui riconoscere una affidabilità ecclesiale e una competenza.

Una Chiesa che torna a pensarsi in forma piramidale, come gerarchia e in subordine rivolta a un popolo, dal quale possono essere chiamati, ma anche no, a collaborare dei laici, è una Chiesa nella quale il popolo non è soggetto, sono soggetti solo gli ordinati.

Le questioni problematiche che ci coinvolgono

Una chiesa che nella sua prassi si  mantiene al modo descritto è una chiesa  nella quale

  • Manca a valorizzazione del battezzato ritenuto ancora troppo poco degno di prendere parola in autonomia: ci sono nella chiesa sempre molti discenti e pochi docenti, molti spettatori o panchinari e pochissimi titolari –  il gioco che non inizia mai non giustifica gli allenamenti.  E’ un disconoscimento del dono del sensus fidei.
  • In una chiesa che rimane ben divisa tra piani superiori gerarchici e piani inferiori di non ordinati, la collaborazione non diventerà mai corresponsabilità per mancanza di riconoscimento di soggetti altri da quello della gerarchia – non illudiamoci
  • Un laicato associato non potrà avere riconoscimento reale in quanto  soggetto troppo ingombrante e fastidioso
  • Si divarica in modo frustrante la coscienza della responsabilità battesimale che viene sollecita, formata, anche blandita e una prassi insoddisfacente, solo esecutiva, determinata dall’arbitrio del Vescovo o del parroco di turno come se la Chiesa fosse cosa loro.
  • Ne va anche di una comprensione delle dinamiche del presbiterio: singoli riferiti al vescovo, che singolo si riferisce al Papa e non fraternità presbiterale, collegialità episcopale con il servizio di carità nella presidenza del vescovo di Roma.

Per la nostra natura associativa e per il fatto che mi rivolgo a membri di presidenza ritengo di dover specificare meglio il punto del laicato associato che viene indebolito almeno da due fattori da porre in un contesto culturale fortemente individualista:

  • Da un lato è abbastanza inusuale e controcorrente che ci si associ a una associazione che non si incontra, che è fatta dalla somma si persone gravate da servizi pastorali che altri fanno senza pagare una tessera.
  • Dall’altro si avverte una emarginazione della forma del laicato associato che fa sentire come sforzo enorme il fatto di doversi legittimare, affermare …

Cosa è successo al laicato associato?  Riprendo  in sintesi una riflessione che Pierpaolo Triani ha svolto il triennio scorso in consiglio nazionale:

“…In questi anni si sta assistendo ad alcuni fenomeni critici dentro questo processo di maturazione dialettica dei semi del Concilio:

  • una frammentazione dell’aggregazionismo laicale … fino a perdere il confine tra la dimensione propriamente ecclesiale e un riferimento molto vago all’appartenenza alla Chiesa. Ci si chiede quali criteri possano guidare a tale frammentazione almeno per condurla ad una sintesi;
  • una sottovalutazione dell’importanza di un laicato strutturato all’interno delle comunità. Quindi una giusta e legittima valutazione del laicato individuale, ma quasi un desiderio di liberarsi dalle strutture intese come frenanti lo spirito e l’energia;

questi due fenomeni di cui sopra hanno condotto ad altri due fenomeni conseguenti:

  • un crescente individualismo pastorale, per cui la strutturazione del laicato nelle parrocchie è visto al più come funzionale, mentre il Concilio Vaticano II afferma che il laicato associato è strutturale;
  • una riaccentuazione di un centralismo organizzativo nella figura del parroco e dei suoi collaboratori, oltre ad un centralismo organizzativo iperstrutturato nelle curie, con una sottovalutazione paradossale dal punto di vista ideale sia del principio di sussidiarietà, che si afferma come decisivo nella dinamica sociale ma non si applica all’interno della dinamica ecclesiale, sia dell’importanza dei “corpi intermedi”, che non riguarda solo la dinamica sociale, ma la Chiesa fa fatica a prenderne atto.

In questo scenario appare altrettanto paradigmatico il processo vissuto dall’AC. Nella sua origine l’AC viene progressivamente riconosciuta e poi benedetta e raccomandata, cioè vive la stagione dell’ “esplicito mandato”. Nelle parrocchie è necessaria la struttura dell’AC. Dopo il Concilio si riapre una stagione diversa che si potrebbe considerare come riconoscimento/accettazione, ma, purtroppo, non più con la forza propulsiva degli inizi, quanto piuttosto con l’inerzia del “già visto”. Oggi ci si potrebbe chiedere se ci si sta spostando verso una stagione dell’indifferenza, seppure non scelta.

Di fronte a tale rischio crede che non ci sia bisogno di nuovi pronunciamenti sull’importanza dell’AC, ma neppure di fornire risposte alle domande “a cosa servite?” “a quale bisogno rispondete?”. La prima domanda è interessante perché costringe a riflettere sul senso di una proposta come quella di AC, ma per affrontarla occorre uscire dalle ‘strettoie’ che la sua formulazione pone. Invece, vale la pena rilanciare il laicato associato e, in esso, l’AC come risorsa, soprattutto per fare in modo che la vita della comunità e la riflessività della comunità cristiana su se stessa escano da una logica meramente funzionalistica.”

 

L’AC non come problema ma come risorsa per questo nostro tempo

Siamo nel tempo di EG – tutto il capitolo III non casualmente rilancia nel capitolo sull’annuncio del Vangelo la chiesa come popolo di Dio,  secondo l’intuizione conciliare  che pone alla base e come protagonisti a pieno titolo nella chiesa i battezzati.

Siamo nell’orizzonte di una provocazione a uscire (da una chiesa autoreferenziale e da una concezione della fede da salotto), la zampa dell’apostolato deve stare davanti, appoggiarsi per prima – tornare a essere Chiesa immersa nel mondo, per il mondo, non per se stessa, spinta dall’esperienza della misericordia di Dio che se sperimentata non può essere taciuta (non posso non evangelizzare).

Credo che dentro questo orizzonte abbiamo da compiere il nostro specifico come AC: animati da una spiritualità di incarnazione (dentro la storia) e partecipi per vocazione di una particolare relazione con la gerarchia abbiamo da fare dei passi, anche coraggiosi a livello ecclesiale e anche di trend sociologico.

Quello fondamentale: Vivere l’associazione!  Far vivere l’associazione  facendo accadere qualcosa come associati

E il migliore servizio che possiamo fare alla Chiesa ed è  la nostra risposta all’invito a essere evangelizzatori con gioia.

Mi spiego.

Secondo la teologa Noceti per attuare una riforma della Chiesa è necessario che si agisca su tre livelli:

  • consapevolezza o coscienza  di chiesa
  • forme – esperienze di Chiesa
  • strutture

Credo  che siamo rimasti alla coscienza con una formazione che, se non diventa mai azione ,ci estenua.

Come laicato associato abbiamo da agire su due livelli:

quello culturale per un’azione di evangelizzazione che produca nuove sintesi tra Vangelo e vita all’altezza dei tempi –  da questo livello possono nascere nuove esperienze

quello ecclesiale mettendo la nostra vita associativa, anche nei suoi processi sinodali, a servizio della pratica di sinodalità  dentro la Chiesa  – da questo livello personalmente mi aspetto delle modifiche strutturali

L’AZIONE CULTURALE   PER FAR ACCADERE NUOVE FORME/ESPERIENZE

Abbiamo generato movimenti di impegno culturale su più livelli e di impegno sociale (CIF, CSI, ACLI, MEIC, MIEAC, MLAC,  abbiamo camminato con FUCI)  e ora? Possiamo avere un ruolo? Siamo soggetti?

Si legge in EG:

“129. Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe impossibile descriverle o catalogarle, e nelle quali il Popolo di Dio, con i suoi innumerevoli gesti e segni, è soggetto collettivo. Di conseguenza, se il Vangelo si è incarnato in una cultura, non si comunica più solamente attraverso l’annuncio da persona a persona. Questo deve farci pensare che, in quei Paesi dove il cristianesimo è minoranza, oltre ad incoraggiare ciascun battezzato ad annunciare il Vangelo, le Chiese particolari devono promuovere attivamente forme, almeno iniziali, di inculturazione. Ciò a cui si deve tendere, in definitiva, è che la predicazione del Vangelo, espressa con categorie proprie della cultura dove è annunciato, provochi una nuova sintesi con tale cultura. Benché questi processi siano sempre lenti, a volte la paura ci paralizza troppo. Se consentiamo ai dubbi e ai timori di soffocare qualsiasi audacia, può accadere che, al posto di essere creativi, semplicemente noi restiamo comodi senza provocare alcun avanzamento e, in tal caso, non saremo partecipi di processi storici con la nostra cooperazione, ma semplicemente spettatori di una sterile stagnazione della Chiesa.

Le alleanze che l’AC nazionale ha finora sottoscritto o promosso ci possono stimolare a nuovi modi per incarnare la fede nel quotidiano,  ci compromettono con altri, ci sbilanciano, ci chiedono competenze non esclusivamente ecclesial- ecclesiastiche…

Esse sono:

  • Mettimoci in gioco: rischi del gioco d’azzardo
  • Questo è il mio corpo : contro la tratta
  • Alleanza contro la povertà: per il reddito di inclusione e misure di contrasto alla povertà
  • Bambini d’Italia : Cittadinanza
  • Ero straniero: nuovi modi di rapportarsi agli stranieri
  • ASVIS –  sviluppo sostenibile
  • Campagna 005 tassazione sulle transazioni finanziarie

Queste sono quelle nazionali, ma credo che a livello locale ce ne siano anche altre… o possibili altre.

Cosa serve di più:

  • far emergere competenze laicali – le teniamo ancora troppo  in uno scomparto a lato
  • farle emergere per dire qualcosa (comunicati) e far accadere qualcosa (manifestazioni , eventi, azioni politiche, sensibilizzazione… ). Questo fa riscoprire il valore e il significato dell’agire associati e non uno a uno, mediante il proprio blog o lista di contatti… strumenti che si perdono nell’oceano della comunicazione – agire insieme è necessario se si vuole dire qualcosa a un contesto ampio e variegato. Anche  il lato economico della questione se ne avvantaggerebbe.
  • L’esposizione ad extra rigenera il desiderio di formarsi di più sulle proprie radici e la peculiarità di essere credenti oggi. Prendere parola è atto di grande maturità che produce consapevolezza  e innesta processi.

Stare in questo contesto  di alleanze o di confronto culturale spinge a rinnovare la formazione (linguaggi, popolarità) e conduce a stimolare l’aggiornamento della crescita spirituale che altrimenti diventa moralistica, giustapposta, antiquata [ex centralità della persona  dal concepimento alla morte naturale, ma  non basta…   rapporto con il creato che lo salvaguardi (sostenibilità…) , dialogo interreligioso (50 fa non era all’odg del quotidiano)  – mediazioni culturale …  ]

Siamo e siete ben consapevoli che sono in atto tendenze culturali che si giustappongono alle indicazioni di Papa Francesco perché ritengono che perda la dottrina, le verità, la fede –  non riconosco lo sforzo di dialogo e aggiornamento per ridire il Vangelo di sempre, un Vangelo che in ogni caso non coincide con una definizione ma è una persona: il Cristo risorto e vivente

 

L’AZIONE ECCLESIALE SINODALE  per MODIFICARE LE STRUTTURE

Essere un laicato associato significa avere una possibilità di ascolto, rapporto, rilancio con altri soggetti della Chiesa con maggiore possibilità di reciprocità .  A tutt’oggi i laici non hanno un organo rappresentativo nella Chiesa italiana – la CNAL  è per le aggregazioni.  Il soggetto in assoluto più forte dentro la Chiesa è la gerarchia, se gli altri sono deboli il rapporto è impari  – la sinodalità non è esercizio monarchico e neppure democratico, ma un camminare insieme dettato dalla stessa fede tra soggetti diversi che si ascoltano in una relazione biunivoca per far emergere indicazioni che chi ha il compito di presidenza assume e definisce. Ogni livello di discernimento  è importante: quello più vicino alla gente non deve essere tralasciato, quello più in alto non va lasciato solo: lo Spirito Santo soffia dove vuole.

Deve funzionare una comunicazione interna al corpo ecclesiale, biunivoca, comunionale. Se invece ci si legge a partire dalla carica più alta per venire verso il basso, si cade in un modello monarchico dispotico, che deprime le soggettività e per contro si autocondanna alla solitudine: i vescovi di fronte al papa tacciono e obbediscono, i presbiteri di fronte al vescovo tacciano e obbediscono, i laici di fronte al prete tacciono e obbediscono. A rovescio scatta la trappola della delega: i laici si aspettano tutte le soluzioni dal prete, i preti si aspettano tutte le soluzioni dal vescovo, i vescovi aspettano che a risolvere tutto sia il papa.

Nel nostro cammino democratico associativo abbiamo molto da praticare e da offrire: le assemblee di soci eleggono i consigli e non i presidenti. Il consiglio non si scioglie dopo avere nominato un presidente che viene ratificato per le presidenze parrocchiali e nemmeno si sciolgono i consigli diocesani e nazionali dopo avere eletto una terna dentro cui l’ordinario del luogo o il consiglio permanente della CEI sceglie il Presidente. I consigli esprimono una responsabilità diffusa, tra pari che imparano a fidarsi, che si consegnano le cose più importanti della vita associativa. Quando uno non è più presidente, torna a sedersi nel consiglio, tra pari. Si alimenta la stima reciproca, il senso di corresponsabilità .

Dentro queste dinamiche si formano i quadri, si generano nuovi potenziali responsabili. Anche da noi se si inceppa il meccanismo il presidente diventa uno a cui delegare il tutto per poter stare un passo indietro… e quando finisce… si libera volentieri del carico portato in solitudine.

 

Come un livello regionale può essere di aiuto? Qualche brevissimo spunto  senza esaurire le vie possibili

Essere luogo della formazione dell’autocoscienza di questo nostro essere laicato associato

Essere luogo che permette su versante culturale di agire a livello di una comunicazione coordinata per rendere un po’ più visibile l’AC  – come stiamo operando in Lombardia

Essere luogo che prova a interfacciarsi con i vescovi per attivare alcune dinamiche di confronto che il presidente da solo non è detto che riesca con il proprio vescovo.

 

 

 

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