Meditazioni di Don Giancarlo Barucci agli esercizi di Cesenatico 2018

ESERCIZI SPIRITUALI AZIONE CATTOLICA ADULTI CESENATICO 16-17 MARZO 2018

Don Barucci 2018 (Pdf)

Cristo, mia speranza, è risorto!                                                                                                                                                                          DON GIANCARLO BARUCCI (Registrazione audio, non rivista dall’autore)

PRIMA MEDITAZIONE: “Cristo è risorto” Mc 16, 1-8
Almeno le donne si sono mosse! Gli uomini sono scomparsi quasi tutti, così dice il Vangelo.
Ci immedesimiamo con queste donne che vanno al sepolcro.
“Passato il sabato”: sabato è la grande festa, non si potevano fare opere ed iniziative particolari.
“Maria di Magdala…”: dagli scavi di Magdala, recentemene, sta emergendo una cittadina molto
interessante.
“Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro…”: ci muoviamo anche noi, andiamo al
sepolcro di Gesù.
“E dicevano tra loro <Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?>”: questa è la domanda che ci
poniamo anche noi per la nostra vita, perché abbiamo anche noi dei massi su di noi, degli ostacoli nel
nostro cammino dell’esistenza. Potremmo chiederci quali sono gli ostacoli che impediscono il nostro
cammino di realizzazione, che impediscono il desiderio di felicità, il desiderio di pienezza di vita. Chi ci
rotola via i massi che noi abbiamo. Sono tanti, possiamo ridurli a 3: il fato, il peccato e la morte. Eh, beh,
questi ci pesano un po’.
Il fato: noi non crediamo più alla forza di un destino cieco opprimente su di noi, probabilmente dopo tanti
anni di cristianesimo non abbiamo nemmeno la sensazione di cosa voleva dire per l’uomo antico sentirsi
sotto il peso del fato. Questo non lo abbiamo: l’uomo antico vedeva la realtà, la vita nostra ed era nelle
mani di dio. Il sommo dio si chiamava Zeus, ma voi sapete che sopra Zeus purtroppo c’era un’altra cosa: la
Moira, cioè il fato cieco. Per cui non c’era niente da fare: nemmeno il dio poteva toglierci dalla fatalità.
Difficile solo immaginare come poteva essere la loro esperienza. Però noi siamo coscienti che abbiamo
comunque dei limiti, noi li avvertiamo i limiti: il carattere o il temperamento ereditario, i diversi
determinismi sulla nostra vita, le costrizioni culturali nelle quali noi siamo, le disgrazie che ci accadono, le
malattie incurabili (delle volte diciamo “è destino, era destino” riecheggiando un po’ quella mentalità
antica), le ingiustizie, i terremoti, gli sconvolgimenti della natura, sono tutti massi che incombono su di noi.
In qualche modo percepiamo una certa fatalità, sentiamo l’enigma della nostra finitezza. Sentite questo
poeta greco del VII secolo prima di Cristo, si chiama Mimnermo “Noi siamo come le foglie, simili a quelle
godiamo brevissimo tempo dei fiori di giovinezza. E’ labile il frutto degli anni giovanili, quanto un volgere di
sole sulla terra”. Lo sentiamo tutti, sentiamo che sono cose vere, perché sono cose umane.
Sentite Giobbe come si lamenta: “L’uomo nato da donna ha vita breve e piena di affanni, come un fiore
sboccia e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma. Io mi disfo come legno tarlato o corroso dalla
tignola”.
Sentite il Libro della Sapienza: “La nostra vita viene meno come traccia di nuvola, si dissipa come nebbia
colpita dai raggi di sole”. E’ l’esperienza di tutti
Pensiamo all’enigma del tempo che passa (i greci lo chiamavano Kronos), era un dio che mangia i suoi figli.
Il tempo ci mangia, lo avvertiamo tutti che il tempo ci mangia. E allora chi è che vince il tempo? Qual è
l’antidoto? Come è possibile vincere una condizione fatale, un tempo che ci opprime?
Il peccato: è una contraddizione che è nella nostra vita, questa grave contraddizione, il peccato è proprio
sbagliare il bersaglio, come un buco nero che ci risucchia dentro. Ricordiamo anche l’ultimo scienziato
defunto che non credeva in Dio, però adesso lo vede e quindi capirà quanto è misericordioso. Il peccato è
segno di questa contraddizione che è propria della natura umana. L’uomo è diviso tra il presentimento di
dover realizzarsi come vero, come buono, come bello, come pieno… e dall’altra parte vede che non ce la fa,
non ci riesce e si porta verso il nulla, verso il niente, si distacca dal fondamento della sua consistenza.
Ovidio, scrittore latino, diceva: “Video meliora proboque, deteriora sequor” cioè “Vedo le cose più belle e le
approvo, ma seguo il peggio”. Non ce la faccio, non riesco a realizzare la mia umanità. E’ vero, è proprio
così.
Se voi leggete Romani 7, 14-25, vedete la descrizione che Paolo fa della vicenda umana: “Faccio il male che
non voglio e non riesco a fare il bene che voglio. Chi me sventurato”. Chi mi libera da questa condizione?
Il Concilio: “L’uomo si trova incapace di superare efficacemente, da sé medesimo, gli assalti del male, così
che ognuno si sente come incatenato.”
Giovanni Paolo II: “L’uomo è prigioniero del male. Riconosciamolo senza ipocrisie, senza ipocrite
tergiversazioni.”
Ci sentiamo sotto il peso, il masso del fato, il masso del peccato e in ultimo il problema della morte. E’ un
problema che dobbiamo risolvere, altrimenti cosa è la vita?
La morte ci può raggiungere anche improvvisamente: posso essere giovane, avere 31 anni, capo di una
squadra di calcio, essere in piena e ottima salute, essere amato, giocare bene e improvvisamente la vita
viene meno. E allora si vede che tutto lo stadio quando ricorda questo, c’è l’umano che rifiorisce, perchè si
sentono i veri problemi, si esce fuori dalla alienazione dei discorsi, si sente l’umano, la vera umanità.
L’uomo è morso (da mors, stessa derivazione di morte) dalla morte. Non è un fatto finale, la morte è un
fatto che ci accompagna da quando siamo nati, lentamente andiamo verso quello, ma dobbiamo capire se
quello è l’esito o se quello diventa un transito, un passaggio.
Allora noi siamo come le donne che vanno al sepolcro e ci chiediamo chi ci rotola via il masso? Chi ci rotola
via questi problemi fondamentali della nostra esistenza?
“Guardando videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel
sepolcro videro un giovane seduto sulla destra , vestito di una veste bianca ed ebbero paura. Ma egli disse
loro <Non abbiate paura. Voi cercate Gesù nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove lo
avevano deposto. Ora andata, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea, là lo vedrete
come vi ha detto>. E uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di timore e di spavento e non
dissero niente a nessuno, perché avevano paura.”
Anche noi andiamo al sepolcro sapendo che ci sono massi pesanti sulla nostra esistenza, il fato, il peccato,
la morte. Chi ci libera da questa situazione? Ecco la notizia grande che noi abbiamo per noi, per la nostra
vita e per tutte le persone che incontriamo, una notizia eccezionale, straordinaria: nel terreno minato della
storia, là dove l’uomo cammina faticosamente, come Ulisse ( per andare sempre alle nostre radici: da una
parte la radice greca e dall’altra la radice biblica).
Papa Benedetto al direttore del Corriere della sera che gli ha scritto dicendogli che molti dei suoi lettori
vogliono sapere come sta, risponde: “Mi vengono meno le forze. Sono un pellegrino verso la casa”. La
nostra vita è un rincasare, stiamo tutti tornando a casa. Per tornare a casa dobbiamo attraversare la storia
e dobbiamo impegnarci nella storia, ogni giorno. Ma in questo cammino di ritorno a casa come Ulisse, ci
sono sempre questi ostacoli: c’è il naufragio – Ulisse è un naufrago – , ci sono le sirene con cui Ulisse fa una
gran fatica, infatti deve legarsi al palo e chiudersi le orecchie e c’è Polifemo. Qui Omero descrive in modo
straordinario appunto il risucchio della nostra vita nel cammino: ci sono i naufragi, cioè la fragilità, il male, il
peccato; ci sono le sirene, cioè la seduzione sempre presente; c’è Polifemo, cioè il potere. Noi dobbiamo
camminare vincendo queste situazioni. Per guardare a quello che sta succedendo, potremmo anche dire
che oggi, questo nostro mondo è un mondo di lupi. “Homo homini lupus”, cioè “ogni uomo è un lupo”. E’
fatica, perché non riusciamo a vivere, non riusciamo a generare una convivenza bella e quindi siamo dentro
ad un mondo di lupi. Per di più in questo mondo di lupi, per organizzarci un pochino cosa dobbiamo fare?
Che cosa deve fare chi organizza? Chiamiamolo “il principe”, che cosa deve fare il principe? Deve essere per
metà leone e per metà volpe. Il principe in questo mondo, se vuole organizzare deve essere leone, cioè un
po’ aggressivo, e per metà volpe, cioè essere furbo (da “Il principe” di Machiavelli). Questa è la situazione in
cui siamo.
Noi, come cristiani, dobbiamo essere un po’ meno lupi, un po’ meno leoni, un po’ più volpi? No, noi cristiani
dobbiamo SPERARE che in questo mondo ci sia l’Agnello che costruisca un mondo di agnelli. L’agnello è
colui che vive la sua umanità donando. Ricordate lungo il fiume Giordano, quando vanno quei due giovani
che sono interessati alla vita, pongono problemi alla vita “Che cosa è la vita?”. Il loro maestro che si chiama
Giovanni Battista, vedendo un giovane passare lo indica e dice: “Ecco l’Agnello di Dio”, non dice “Ecco il
lupo vero” oppure “Ecco la volpe” (la volpe sarà Erode, come dirà Gesù). Ogni domenica prima della
Comunione diciamo “Ecco l’Agnello di Dio che toglie IL peccato del mondo”. E’ importante, dobbiamo
ricordarcelo. Noi seguiamo l’Agnello, cioè Colui che ha dato la sua vita per noi, che è morto crocifisso, ma
che è risorto. Questa è la notizia che noi diamo in questo mondo che rimane un mondo in questa logica che
abbiamo, però c’è dentro l’Agnello, c’è dentro Colui che ha dato la sua vita per noi e Colui che è risorto. La
grande notizia dell’uomo, Gesù di Nazareth che ha vinto la morte.
Quindi è possibile una rinascita dell’io, una rinascita della persona, una rinascita delle nostre comunità. E’
possibile cambiare la vita, se noi facciamo spazio a questa vittoria del Signore Gesù. Innanzitutto noi
dobbiamo affermare questo annuncio sconvolgente che a volte noi diamo per risaputo e per scontato. E
questo è un errore che possiamo fare. Non può essere un annuncio risaputo e scontato, perché la proposta
che l’annuncio di Gesù risorto è il cuore del cristianesimo e tu non puoi dire al tuo cuore “Beh, lo so già”,
No, deve essere vivo e pulsante. Perché se il cuore comincia a non pulsare più, se il cuore comincia ad avere
problemi, tu hai problemi in tutta la tua vita. Se tu hai problemi con l’annuncio di Gesù risorto, tu hai
problemi su tutta la tua esperienza cristiana, perché è il cuore del cristianesimo questo, l’uomo che ha vinto
la morte. Il lupo non si vince con particolari teorie, il lupo si vince se uno ha vinto la morte e questa è la
proposta radicale della nostra esistenza. Questo noi affermiamo, questo noi diciamo proprio la vittoria del
Signore Gesù.
Su questo fermiamoci un attimo per chiederci: che cosa è accaduto a Gerusalemme nel breve spazio che va
dal venerdì santo al mattino di Pasqua? E’ uno spazio piccolo di tempo, ma cosa è accaduto? Ci sono due
fatti storici che noi storicamente documentiamo:
1) Verso le 3 del pomeriggio del venerdì 14 di Nisan, vigilia della festa di Pasqua, nell’anno 30 a
Gerusalemme, un uomo chiamato Gesù è stato crocifisso sotto Ponzio Pilato. Questo è un fatto
storico, preciso: l’uomo Gesù di Nazareth è stato crocifisso. I suoi discepoli che lo avevano seguito
con entusiasmo e che avevano cambiato profondamente le loro vite dopo l’incontro con Lui, di
fronte a questo fatto storico, sono crollati. Tutto è finito. I discepoli di Emmaus diranno
“Speravamo”, cioè è finita ogni speranza. Quell’uomo è morto sulla croce.
2) Altro fatto storico tre giorni dopo: quel gruppo di persone era profondamente entusiasta e si è
messo a girare e a raccontare e a dire “Guardate cosa ci è capitato” e da quelle persone è nata, si è
moltiplicata una realtà di comunità.
Questi sono fatti storici. Come è spiegabile che dal buio di 3 giorni prima, venga fuori una luce di tre giorni
dopo? Anche storicamente non sappiamo più come spiegare e allora ci fermiamo un attimo. La spiegazione
la troviamo in quello che noi diciamo nell’atto di fede “Gesù è vivo, Gesù è risorto”. E’ accaduto qualcosa: è
accaduta una iniziativa intellettuale, cioè questi discepoli, questi apostoli disperati si erano radunati la sera
dicendosi che dovevano riproporre Gesù, quello che Lui ha detto anche se Lui è morto, dobbiamo
riproporre le sue parole: un fatto intellettuale li ha mossi? O forse un’iniziativa spirituale, cioè hanno
risentito dentro al proprio cuore un atteggiamento spirituale di rinascita interiore, dal profondo del cuore
per cui la vita si è illuminata? No, un devoto ricordo non avrebbe potuto tenere insieme quel gruppo di
persone in condizioni così difficili, in condizioni ostili. Assolutamente no. Cosa è che è accaduto? Quegli
uomini hanno affermato e affermano che l’unico insegnamento che non poteva esser messo in discussione
era che “il maestro era vivo e presente”. Questo hanno trasmesso. La testimonianza di un uomo presente
e vivo. Hanno fatto l’esperienza dell’incontro con l’uomo Gesù crocifisso vivo e presente. E qui ci sta la loro
testimonianza che è documentata nei santi Vangeli. Come hanno spiegato la loro posizione? Con parole
estremamente semplici: loro hanno detto che hanno visto, o meglio, che si è fatto vedere a loro, si è
manifestato a loro Gesù di Nazareth. Allora noi possiamo dire che è stata una visione, che anche i bambini
di Fatima hanno visto la Madonna. No non è una visione di questo tipo, una visione interiore quello che è
capitato a loro, ma è un incontro reale che ha cambiato la loro vita. E’ un incontro reale, loro non
trasmettono un’interpretazione di un fatto accaduto, ma trasmettono un fatto che è accaduto loro. Non
sono dei visionari, loro sono dei testimoni e noi sappiamo che questo incontro con Gesù risorto non è stato
un incontro semplice. Luca negli Atti degli Apostoli, quando ci descrive il Gesù che si fa vedere, dice che
Gesù ci ha messo un pochino di tempo, per creare la fede pasquale. Luca dice 40 giorni. Per 40 giorni, il
Gesù risorto, vivo e presente, si faceva vedere. Come noi sappiamo nella fede che anche qui è vivo e
presente (dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro), ma la differenza che c’è tra
noi e gli Apostoli è che, per gli Apostoli, per 40 giorni Gesù, vivo e presente, si faceva vedere. Anche noi
ogni tanto diciamo “Signore, fatti vedere”. Per 40 giorni si è fatto vedere: “Guardate le mie mani e i miei
piedi…sono proprio io”. E dicendo questo mostra loro le mani e i piedi. “Sono io”. “No, no, no, io non ci
credo” – dice Tommaso incredulo – “io devo mettere le mie mani nel suo costato, non ditemi visioni”. Poi
disse a Tommaso “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco e
non essere incredulo ma credente”. “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma” , non è
semplice vedere Gesù risorto. Ma egli disse “Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne ed ossa,
come dite che io ho”. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi e addirittura mangia con loro. Ma poiché
per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore disse: “Avete qui qualcosa da mangiare?” Egli
lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Nei vangeli abbiamo la documentazione di quello che è accaduto a loro, con parole semplici, schiette: Noi
abbiamo incontrato Gesù. Colui che abbiamo incontrato prima della sua morte in croce, ora lo incontriamo
di nuovo nello stesso Gesù. C’è una difficoltà a riconoscerlo? Sì, c’è difficoltà a riconoscerlo, lo vediamo
leggendo i vangeli (Giovanni 20, Maria Maddalena, “Ma non sapeva che fosse Gesù”… “Ella, pensando che
fosse il custode del giardino…”. Perché questa difficoltà? Perché il Gesù risorto è lo stesso Gesù che loro
avevano incontrato, ma non è più lo stesso Gesù di prima. Gesù risorto non è come Lazzaro che ritorna
nella vita biologica di prima, sottoposto allo spazio, al tempo, alla fatica, cioè torna come era prima. Gesù
non torna come era prima, non torna nella vita biologica, entra nella vita divina, nel nostro futuro, entra nel
cielo di Dio, nella realtà ultima definitiva, nella vita piena. Per questo fanno fatica a riconoscerlo, perché
Gesù, pur essendo sempre Lui, non è più Lui, è l’eschaton, l’uomo definitivo. Questo è il grande annuncio
che noi abbiamo.
Da questo annuncio proviamo a ricavare qualche riflessione per noi, per il nostro cammino, per la nostra
fede. Che cosa accade con la risurrezione di Gesù?
1. Gesù dice “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. Chi è Gesù per noi? E’ un vivente o
è un morto? E’ un fatto accaduto 2000 anni fa o Gesù è un presente che sta attraversando anche la
nostra storia come risorto, ma sta attraversando la nostra storia? Papa Francesco inviata ogni
cristiano: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare il suo incontro
personale con Gesù Cristo o almeno a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, di cercarlo
ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non sia
per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore. Dio non si stanca mai di
perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia”. Quindi, prima cosa, noi
sappiamo che il risorto è il vivente, presente che accompagna la nostra vita. I primi cristiani
avevano chiara questa coscienza: Cristo è vivo e presente e si rende presente al mondo attraverso
di noi. Gesù rimane realmente nella storia. Egli non è venuto in un punto della storia 2000 anni fa,
si è chiamato Gesù, ha detto certe cose, poi ci ha lasciato il suo insegnamento. Dio è venuto nella
storia per rimanere nella storia. Nella storia ha compiuto il suo sacrificio (l’Agnello che si dona in
croce), ha vinto la morte e rimane nella storia per comunicare a noi questa sua vittoria, questa sua
vita nuova. Quindi noi abbiamo il compito fondamentale, come cristiani, di annunciare Gesù
presente e vivo nella nostra storia, contemporaneo a noi. Questo attraverso non il corpo fisico di
2000 anni fa (per cui se Gesù era a Cafarnao, per incontrarlo dovevi andare a Cafarnao, se era a
Gerusalemme, dovevi andare a Gerusalemme). Oggi invece Gesù è presente là dove il suo corpo
misterioso che è la chiesa, che siamo noi, lo rendiamo presente, tocca a noi renderlo presente
“dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono presente, contemporaneo”. Per questo il concilio
ha detto che la chiesa è il sacramento di Cristo, cioè il segno efficace della sua presenza oggi. Ma
questo è il compito nostro: la presenza dei cristiani non può venir meno a questo compito
fondamentale; mentre noi condividiamo la fatica di tutti, il lavoro di tutti, mentre ci impegniamo
nella nostra professione, nel nostro lavoro, come cristiani siamo stati chiamati da Cristo Gesù a
questo compito di dire che i massi del sepolcro, la fatalità della storia, le contraddizioni della storia,
la morte della storia, non sono l’ultima parola, perché l’ultima parola è la vittoria, perché Cristo è
presente.
2. Abbiamo in Cristo risorto la forza della vittoria sul peccato e sulla morte. San Francesco d’Assisi
nella chiesetta di San Damiano, guarda il crocifisso, anzi, si sente guardato da lui e sente che
rinasce dentro di lui un compito di testimonianza di questo grande evento che è accaduto nella
storia e che cambia la vita. Noi abbiamo il vincitore della morte e del male, per cui essere cristiani in
fondo significa essere anche un po’ furbi, ci mettiamo dalla parte del vincitore, ma non come si fa
nel mondo, ci mettiamo dalla parte del vero vincitore che è colui che vince passando attraverso la
croce, il dono di sé. Dice Papa Francesco “La sua risurrezione non è una cosa del passato, contiene
una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte
tornano ad apparire i germogli della risurrezione. E’ una forza senza eguali”. E ancora Papa
Francesco: “ La fede significa credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace
di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza
e con la sua infinita creatività. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo
mondo nuovo e, anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore
ha penetrato la trama nascosta di questa storia”.
3. Perché allora diciamo che Cristo è risorto e siamo ancora un po’ tristi e pesanti nella vita? Questo è
un problema che abbiamo, perché la presenza del risorto può diventare semplicemente un nome,
una frase da ripetere “Gesù è risorto”, una dottrina da dire, ma non lo percepiamo come un
avvenimento, una cosa accaduta e che sta accadendo ora dentro il nostro limite (fragilità, morte,
peccato). Dentro la tomba accade la risurrezione. Dentro il limite, il nostro limite c’è la forza
dirompente, non è una dottrina da dire. E’ una esperienza di liberazione da fare dentro la nostra
vita quotidiana. Deve essere dentro l’esistenza, dentro la vita, dentro le circostanze. Allora vedete
che ha ragione il Papa: “Evangeli gaudium” è la gioia del Vangelo, è la letizia del Vangelo, perché
Cristo è risorto in Lui e in noi ed in me è risorgente. E’ un processo di liberazione, di cambiamento,
dentro al limite che noi abbiamo, dentro alle situazioni anche sbagliate, al peccato…c’è Cristo
risorto che ti vuol parlare, far risorgere. C’è la sua misericordia , c’è il suo perdono. L’annuncio di
Cristo risorto deve essere non vero in sé (che è vero in sé), deve essere esistenzialmente vero, cioè
vero dentro la mia esistenza.
4. Quando diventa vero per me? Primo: L’annuncio di Cristo risorto diviene vero per me, cioè diventa
un’esperienza per me, quando ogni mattina io inizio di nuovo aprendo la porta del mio cuore alla
irruzione della sua vittoria che io domando “Vieni Signore Gesù”. Da questo punto di vista è
importantissima la preghiera del mattino, perché imposta tutta la mia giornata. Può essere anche
breve, però è importante che io Io la mattina dica “Vieni Signore Gesù, vieni per me, per la mia vita,
per la mia giornata, Signore vieni”. Un pregare che non implica questa domanda drammatica, non è
una vera preghiera. Perché la preghiera del mattino apra il mio cuore alla domanda che il Cristo
risorto accada in me. Secondo: quando entro nella giornata, e questo forse non lo facciamo,
bisognerebbe essere tesi a sorprendere come Gesù si rende presente nella nostra vita, perché lo
dimentichiamo. Meno male che Gesù ci ha dato un gesto da fare tutte le settimane “Fate questo in
memoria di me”, e noi abbiamo capito che dobbiamo andare a messa tutte le domeniche. Ma
bisogna fare questo lavoro di sorprendere il Signore che lavora nella nostra vita con la forza della
sua risurrezione: può essere un incontro, una circostanza, un dolore, un ritiro spirituale. Devo
essere attento a leggere il Signore che viene, che mi richiama, che mi mobilita e mi dice “Guarda”.
Come Gesù risorto è risorgente in me? Come mi chiama a risorgere nella mia vita? In che modo? E’
talmente strano il Signore, talmente misericordioso, che potrebbe richiamarmi ad una vita più
profonda e più vera anche attraverso un peccato grave. Uno fa un peccato grave e si accorge di
aver bisogno della misericordia del Signore (Giovanni Paolo I). Per l’umiltà e per l’apertura del
cuore al Signore, il nostro Dio potrebbe anche usare anche un peccato grave per rimetterci.
Dobbiamo essere quindi attenti ai richiami che il Signore ci fa attraverso mille circostanze, ma non
ce ne accorgiamo. Sant’Agostino diceva “Timeo dominum transeuntem”, cioè “Io ho paura del
Signore che passa”, perchè non mi accorgo che il Signore mi sta richiamando attraverso le persone
che ci circondano, alle cose che ci accadono. Allora per me è importante la preghiera del mattino
che mi apre e l’attenzione durante la giornata a quello che il Signore mi può richiamare attraverso
le circostanze.
5. La Chiesa, ogni gruppo ecclesiale (es. A.C.) ha questo fondamentale compito: “Dire Cristo risorto
all’uomo”. La presenza di un gruppo di cristiani in un quartiere, in una scuola, in un caseggiato
significa che Gesù il risorto si comunica a quella situazione attraverso quelle presenze. E’ lui che si
comunica. “E’ la chiesa in uscita”, direbbe Papa Francesco. La chiesa in uscita non si comunica solo
quando vado a messa la domenica, ma quando nel caseggiato, là dove sono, la presenza del
cristiano e la presenza soprattutto relazionale dei cristiani, la capacità relazionale dei cristiani
indicano che dietro c’è una forza vincente, una forza che vince la disgregazione, vince il male, vince
l’invidia, vince la gelosia, perché emerge “Guardate come si amano”. Guardate come noi ci amiamo,
Guardate come Dio mi ama. Diventa allora la testimonianza della chiesa in uscita: sono io presente
che sono testimone del Signore là dove sono. Gesù è risorto, veramente risorto, Gesù è vivo, Gesù è
presente, questa è la cosa più grande che noi abbiamo nel nostro cuore. Questo produce
indubbiamente una forza vittoriosa sul male, dentro di noi, questo produce un desiderio
comunicativo che noi abbiamo di dire all’uomo di oggi che c’è la SPERANZA che nasce nel cuore
dell’uomo da questa straordinaria notizia di un fatto accaduto: Gesù, l’uomo di Nazareth ha vinto la
morte. Come attivare la nostra attenzione a questo? L’atteggiamento è quello del bambino, ha detto Gesù. “Ti
lodo, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché queste cose non le hai rivelate ai potenti, ai grandi, ai
sapienti, ma le hai rivelate ai piccoli”. Qual è la posizione? Cosa fa il piccolo? Il piccolo ASCOLTA: è la
posizione dell’ascolto. Probabilmente noi dobbiamo recuperare l’Ascolto, l’ascolto della Parola del Signore
da una parte e l’ascolto dei fratelli dall’altra. E’ uno dei problemi che noi abbiamo oggi come comunità
cristiane: noi non sappiamo ascoltarci. Non riusciamo a correggere i pregiudizi che abbiamo, le
precomprensioni. C’è un aspetto ascetico, morale su cui lavorare, dobbiamo correggere le nostre
precomprensioni, perché ci vuole una moralità per conoscere e ascoltare. Ci vuole desiderio di imparare,
dobbiamo desiderare di imparare l’uno dall’altro. Noi non ci ascoltiamo: tutti parlano, ma il parlarsi è un
parlarsi un po’ addosso in attesa che qualcuno dica la stessa cosa che ho detto io. Invece l’ascoltarsi è una
cosa molto feconda, ci arricchisce. Se voi dite una cosa anche diversa dalla mia, io la ascolto, quindi mi
arricchisce, vado via più arricchito, ci arricchiamo a vicenda. E’ una fecondazione reciproca. Allora bisogna
imparare l’ascolto e per impararlo ci vuole l’atteggiamento del povero: “Beati i poveri in spirito”. Senza
l’atteggiamento, la posizione umana del povero, non passa niente. Guardate i farisei: era gente pia, devota,
era brava gente, ma non passava niente…è passato pochissimo. Nel Vangelo di domenica scorsa, Nicodemo
che era un capo dei farisei, almeno era intelligente, secondo Giovanni (3), perché quando ha visto quello
che è accaduto in Giovanni 2 quando Gesù ha rovesciato i banchi, ha fatto un gesto profetico un pochino
forte, i farisei hanno reagito: “Con quale autorità fai questo? Ma chi ti credi di essere?”… non hanno
ascoltato. Nicodemo, che era un fariseo intelligente, invece si è chiesto “Che cosa vuol dire questo qui?
Cosa c’è dietro a questo insegnamento” e allora ha chiesto, come tutte le persone di un certo tipo, a Gesù
di poterlo incontrare di notte per poter discutere con lui e capire il suo insegnamento. Ecco, occorre
cercare e amare la verità, avere l’atteggiamento umile, cercare la verità e camminare insieme. Bisogna
entrare dentro a questi sentimenti, bisogna che noi ci amiamo, che noi amiamo il nostro destino, la nostra
destinazione, che noi amiamo veramente il desiderio di felicità che abbiamo dentro al nostro cuore. Questo
ci apre all’ascolto. Se ci fosse qualche padre spirituale ci direbbe come devi pregare, come devi fare la
meditazione, cosa è realmente l’ascolto.

SECONDA MEDITAZIONE: “L’annuncio di speranza”
Andiamo alle origini del nostro cristianesimo, come si va all’origine del cosmo meraviglioso: c’è
un’esplosione iniziale che si chiama “Big Bang”, uno scoppio iniziale da cui deriva tutto. Ma allora non può
andare d’accordo la fede con la scienza? Io di solito rispondo così: chi è il primo che ha fatto l’ipotesi del
“Big Bang”? Il primo si chiama Lemaître. Il mondo scientifico di allora all’inizio disse: “Ma cosa stai
dicendo?”; poi piano piano si è accorta che davvero c’è il “Big Bang”. Chi era Lemaître? Era un sacerdote
come me, diceva la messa, confessava…allora come puoi dirmi che la scienza non va d’accordo con la fede?
Allora questo mette in mente una riflessione, è un argomento molto concreto.
Proviamo allora ad andare al “Big Bang” del cristianesimo, allo scoppio iniziale del cristianesimo, alla
grande programmazione iniziale del fatto cristiano: una parola, un cuore, dei cuori.
Una parola è EGERTHE: questa è la semplicissima parola con cui si è acceso il cristianesimo nella storia. Essa
significa è risorto, è vivo. Gesù è vivo, quello che voi avete crocifisso è vivo.
Un cuore: questa parola deve essere detta da un cuore, un cuore che è preso da questa notizia.
Dei cuori: non è un cuore isolato, ma un cuore che vive in un contesto comunitario con altri amici.
Il cristianesimo nasce così, in maniera semplicissima, poi dopo si struttura (come anche il cosmo) in
comunità che sempre saranno così. La documentazione degli Atti, al cap. 2, ci dice come dobbiamo
strutturare la vita cristiana. La proposta cristiana si struttura sempre attorno a 4 perseveranze (dicono gli
Atti degli Apostoli):
1. perseveranza attorno all’insegnamento degli apostoli, ad un annuncio sempre più meditato,
approfondito. Potremmo chiederci oggi come questo avviene nelle nostre comunità: abbiamo
ridotto l’insegnamento degli apostoli al catechismo dei bambini;
2. perseveranza attorno alla frazione del pane, l’Eucaristia. Si incontravano per celebrare non il
sabato, che era il giorno di festa per gli Ebrei, ma il giorno dopo il sabato, perché è il giorno dopo il
sabato che Gesù è risorto. Il giorno dopo il sabato non aveva un nome, e in questo contesto ha
avuto un nome: Dominicus, la domenica, giorno del Signore;
3. vivevano perseveranti nella “koinonia”, cioè nella comunione dei cuori; erano un segno che c’era un
qualcosa dietro che prendeva corpo, perché come si fa a vivere in unità, se non c’è una comunità
che ti crea unità?
4. il Signore aggiungeva alla comunità coloro che venivano alla salvezza, cioè l’aspetto missionario:
non tenevano per se questa cosa, ma la comunicavano.
Allora questo è proprio l’inizio del fatto cristiano e poi si struttura così, ma la prima fondamentale parola è
EGERTHE, Gesù è risorto. Questa è la parola che deve sgorgare dal cuore. Se questa parola diventa pietra,
se si pietrifica nel cuore, se diventa una pura dottrina che noi ripetiamo, noi veniamo meno all’inizio di Dio,
al perenne inizio del cristianesimo. Non può essere dato per scontato e risaputo che Gesù è risorto, che è
vivo, che è presente, oggi, in mezzo a noi, che attraversa la storia, che ha raggiunto il nostro cuore, che ci ha
raggiunto oggi. Il cuore si indurisce, come dice Gesù nel Vangelo “Perché siete così duri di cuore?”. Con i
suoi amici diceva: “Perché avete questa cardioporosi? Perchè avete un cuore così fragile?” Così come c’è
l’Osteoporosi, così c’è la Cardioporosi. Quando parlava con i farisei nel Vangelo, troviamo al traduzione
“duri di cuore”, ma nell’originale non c’è Cardioporosi, ma c’è Sclerocardia: “Perché avete il cuore sclerato?”
Allora bisogna stare attenti che la notizia che ci ha raggiunto e che noi comunichiamo, che Gesù è risorto, è
una notizia che non indurisce nel nostro cuore. Se si indurisce nel nostro cuore, il cristianesimo comincia a
scricchiolare anche dentro di noi. Questa è la notizia che abbiamo. Prima di passare alle conseguenze, vale
a dire, alla speranza, perché una cosa così è fonte di speranza, voglio ripetere in termini esistenziali, la
proposta che noi facciamo che Gesù è risorto. La ripropongo collocando questo fatto nella nostra realtà
quotidiana, così come è accaduto a loro e così come deve accadere in noi.
Mi ispiro ad un grande teologo, Von Balthasar: un amico sta per morire, noi lo assistiamo, lo vediamo
divenire sempre più debole, riceviamo le sue ultime parole di esortazione, il suo testamento, rimaniamo
con lui fino all’ultimo respiro, lo vediamo morire, ci prendiamo cura del suo freddo cadavere, lo laviamo, lo
ungiamo, lo avvolgiamo in panni, deponiamo la salma nella terra, rotoliamo sopra la pietra, sigilliamo il
sepolcro e ce ne andiamo a casa con la disperazione nel cuore. Dopodomani il sepolto sta in mezzo a noi, ci
saluta, come se ritornasse da un lungo viaggio. Ci mostra le mani, i piedi, il costato trafitto per dirci che
veramente viene dal regno dei morti e che veramente è lui quello che avevamo incontrato e seguito. Noi
non sappiamo se ridere o piangere, perché una cosa simile è assolutamente non prevista nella scala dei
sentimenti. Quindi noi siamo profondamente sconcertati, frastornati, noi non possiamo crederci, noi non ci
fidiamo di quello che leggiamo. Lui continua allora a farsi vedere, vuole mangiare con noi, ci parla, ci dice di
mettere le mani nel suo costato, e di non essere increduli, ma credenti: questa è la risurrezione. Non è un
fatto teologico, è la risurrezione, l’esperienza originale che hanno fatto i discepoli, gli apostoli, i primi che lo
hanno incontrato. Questo è il primo grido (il Big Bang) che la Chiesa ha posto da quel mattino di Pasqua.
“Che tutta la casa di Israele lo sappia, dunque con certezza, che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù
che voi avete crocifisso” (Atti 2, 32.36). La chiesa inizia con questa proclamazione, con questo annuncio. Qui
è accaduto questo fatto che noi chiamiamo della risurrezione.
Papa Benedetto una volta parlando di questo ha detto: “Se possiamo una volta usare il linguaggio della
teoria della evoluzione, allora la resurrezione è la più grande mutazione, il salto assolutamente più decisivo
verso una dimensione totalmente nuova”. E’ chiaro che porta ad un cambiamento, ad un rinnovamento del
mondo intero. E’ chiaro che hanno fatto fatica i primi a riconoscerlo subito, perché, come dicevamo ieri, la
risurrezione del Signore non è come la risurrezione di Lazzaro, è una cosa totalmente diversa. Lazzaro
ritorna alla vita di prima, alla vita biologica, come era prima, una vita che è sottoposta al tempo e allo
spazio (sono le due categorie, diceva Kant, nelle quali possiamo comprendere la nostra esistenza, noi siamo
sottoposti al tempo e allo spazio). Gesù non ritorna alla vita biologica, sottoposta al tempo e allo spazio,
Gesù è oltre il tempo e lo spazio, entra non nel BIOS, ma nello ZOE’, entra nella vita nuova. Questo è
l’ESCHATON, la cosa definitiva, ultima. Gesù entra nell’ultimo uomo, quello vero, autentico che tanto
desideriamo e che vorremmo essere; e camminiamo perché si realizzi questo compimento anche in noi a
cominciare fin da oggi, come germe, come seme di novità che cresce nella storia e dentro tutte le sue
contraddizioni.
Questo annuncio porta una speranza all’uomo di oggi. L’annuncio cristiano non è semplicemente questo
non è tutto l’annuncio cristiano. L’annuncio cristiano è che Gesù è risorto e comunica a noi la sua novità di
vita. Gesù il vincitore, vuol essere vincente dentro di noi, quindi comunica a noi questa sua vittoria sulla
fatalità della vita e della storia, sul peccato e sulla morte. Gesù ha vinto e ci comunica questo. Per cui
l’annuncio cristiano non è solo una buona notizia che riguarda Gesù quando è risorto, ma è una buona
notizia che riguarda tutti noi. Allora l’annuncio della Pasqua di Gesù che è morto e risorto, vuol dire che
Gesù che ha vinto, comunica una morte, cioè comunica una forza di mortificazione, di rendere morte le tue
negatività: il tuo peccato, il tuo male e la tua morte vengono mortificati dalla croce del Signore. La morte
c’è ancora sì, per Gesù, ma ha ancora il suo pungiglione. E’ l’ultima parola definitiva? “No, non ha più il suo
pungiglione”, dice San Paolo. Quindi la morte del Signore in noi è una forza mortificante il negativo che è
dentro di noi e dentro la storia. E risorto vuol dire che comunica la forza del rinnovamento; non solo
modifica, ma anche ci rinnova. Questo è il concetto di salvezza che noi abbiamo come cristiani. La salvezza
non è solo salvezza “da” (es. dagli ostacoli), ma è anche salvezza come pienezza di vita. La salvezza vuol dire
la piena realizzazione della nostra umanità. In Cristo Gesù questo diventa possibile.
Allora come si declina questa speranza che nasce? La meditazione la facciamo proprio sulla “Spe Salvi” a
partire da pagina 24. Ho fatto mettere 4 sottotitoli, perché vorrei proprio riflettere su questa. Quando io
dico “Cristo è risorto”…
1. La vittoria sul caso: la mia vita è nelle mani di Dio. Allora anziché fare una riflessione filosofica,
teologica su questo, facciamo come ha fatto Papa Benedetto, una teologia narrativa, cioè narriamo
come questo accade e infatti lui parla di Bakhita. Prima di parlare di Bakhita, però voglio citare una
omelia che mi è molto piaciuta del cardinal Biffi, quando ha compiuto gli 80 anni (siccome anche io
ci sono vicino oramai). Ve la leggo, perché si capisce cosa vuol dire che credere in Cristo risorto,
cambia la vita: essa non è più sottoposta al caso. Sentite quanto è bello: “E’ la prima volta che mi
capita di prendere la parola in una circostanza come questa e trovo qualche difficoltà. Forse la cosa
più semplice è che tenti di esprimere con semplicità i sentimenti che oggi sono più vivi nel mio
animo. Penso di poter contare sulla comprensione dei miei ascoltatori e sull’atteggiamento
misericordioso di quanti hanno voluto amichevolmente essermi accanto per questa celebrazione,
tanto più che siamo nella casa della Madonna di San Luca, dove la nostra madre carissima ci mette
tutti a nostro agio come sempre. Il primo sentimento che avverto è la sorpresa. Mi pare sia stato
Trotzkj a dire che <Niente arriva più inaspettato della vecchiaia>. È proprio vero: anche da giovani si
sa che al mondo ci sono i vecchi; ma a quell’età si guarda ai vecchi come a una popolazione lontana
e inconfrontabile, pressapoco come quando si pensa agli eschimesi o ai watussi. Nessuno si rende
conto che si diventerà come loro e si entrerà nel loro numero. Naturalmente a poco a poco ci si
persuade e allora subentra un secondo stato d’animo, tutto signoreggiato dai ricordi. Non avendo
più davanti a noi un avvenire prevedibile da colmare mentalmente con le nostre attese e i nostri
progetti, si è sospinti a guardare indietro, a ripercorrere il tempo andato, e si comincia ad
abbandonarsi alle rievocazioni. Passano e ripassano davanti alla nostra memoria tutti gli anni che si
sono succeduti. E qui si fa un’altra scoperta: la catena degli avvenimenti dai quali siamo stati
condizionati e plasmati, appare ai nostri occhi determinata quasi interamente dalla casualità.
Troppe combinazioni, troppe esperienze fatte, troppi incontri che hanno colmato la mia vicenda mi
si rivelano oggi in tutta la loro occasionalità. Se fossi nato altrove, o anche solo in un altro angolo
della mia città? Se mi fossi imbattuto in frequentazioni differenti? Se avessi avuto altri
insegnamenti e altri esempi di vita? Se fossi stato coinvolto in altri accadimenti, è indubbio che non
avrei pensato, giudicato, agito come poi mi è avvenuto di agire, di giudicare, di pensare; e adesso
sarei diverso da quello che sono. È un pensiero che per un momento m’inquieta. Ma solo per un
momento, perché è subito vinto e superato dalla verità di un Dio che – se esiste, come esiste – non
può che essere il Signore dell’universo, della storia e dei cuori, cui niente sfugge di mano: tutto
obbedisce al suo disegno di salvezza e di amore. Alla luce di questa persuasione ogni pagina di
qualsiasi biografia riceve un’altra lettura, anche della mia (come è ovvio). Tutto ciò che sulle prime
mi era sembrato contingente e fortuito, mi si manifesta perciò come frutto di un progetto mirato:
un progetto eccedente ogni mia immaginazione e del tutto gratuito, liberamente formulato da colui
che è l’Eterno. Il caso, come si vede, non esiste. Ma allora, mi domando, come mai il Signore
consente che gli occhi dell’uomo, quando non sono superiormente illuminati, lo vedano così
dominante e quasi onnipresente nella creazione di Dio? C’è, credo, una risposta plausibile: la
casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le
strade del mondo; un Dio che si studia di non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo
splendore. Quando si arriva qui, ogni pensiero e ogni esame lasciano il posto alla contemplazione
stupita dell’incredibile e arcana benevolenza del <Padre della luce>, dal quale <discende ogni buon
regalo e ogni dono perfetto> (cfr. Gc 1,17). Ogni sentimento è allora naturalmente trasceso e più
radicalmente inverato in quello onnicomprensivo ed esauriente della riconoscenza”.
Non esiste il caso, siamo nelle mani di Dio. Gesù è risorto e ci dice che c’è un progetto su di noi e
passa attraverso momenti, incontri, fatti che sembrano totalmente casuali, ma tanto non è se non il
travestimento di un Dio che vuole passeggiare in incognito per le strade del mondo, perché non ci
vuole abbagliare. Allora questa fede che noi abbiamo nella risurrezione, ci fa attenti alle
circostanze, ai fatti, a ciò che ci accade, perché dietro c’è la sua presenza.
Papa Benedetto, nella sua enciclica (un insegnamento dottrinale) ci spiega questo raccontandoci la
vita di Bakhita. Leggiamo n. 3 (pag.24) ……
Nella riflessione su questo primo punto, Gesù risorto ci mette nelle mani del Padre, del suo disegno:
non c’è il caso.
2. La vittoria sul potere mondano. Noi crediamo di costruire un umanesimo sul potere. Questa
costruzione dell’umanesimo sul potere è fallita. Noi abbiamo avuto vergogna della fragilità,
soprattutto a partire dalla metà dell’800. Ma se noi pensiamo: l’amore su che cosa si fonda? Sulla
forza? Non si fonda sul bisogno dell’altro, sulla mancanza? Non sono due esseri fragili che si
mettono insieme e proprio perché si mettono insieme diventano forti? Non è che io divento forte,
perché sono debole e mi apro all’altro e aprendomi all’altro trovo forza? Invece noi abbiamo avuto
vergogna della fragilità. Innanzitutto abbiamo detto che è la lotta che genera l’uomo nuovo. Ha
cominciato Darwin dicendo che questa lotta per l’esistenza è all’interno della specie. Poi ha
continuato Marx dicendo che all’interno della società c’è lotta di classe. Poi ha continuato Nietzche
dicendo che all’interno del cuore umano c’è una volontà di potenza, quindi solamente un
oltreuomo forte riesce ad affrontare questa vita che non ha senso, che è fatale (amore alla fatalità
di una vita che è chiusa in se stessa e solo un uomo grande è la forza che ti fa vivere). Poi è arrivato
anche Freud che ha detto che la lotta addirittura è all’interno della famiglia (pensiamo al complesso
di Edipo, la lotta col Padre). Questi sono i grandi della cultura che hanno determinato il pensiero.
Bisogna tornare invece alla fragilità, cioè, per usare all’espressione di ieri, per avere un mondo
diverso bisogna tornare alla forza dell’agnello, al dono di sé (Gesù è l’Agnello di Dio). “Ecco
l’Agnello di Dio”, lo diciamo sempre a messa, lì è l’uomo vero. “Ecco l’uomo vero” nel quale si può
costruire una vita diversa. Ecco noi dobbiamo tornare a questo. Vi cito un autore, Massimo
Recalcati, psicanalista milanese, che parla della grande menzogna della libertà che abbiamo oggi.
“Viviamo nel tempo in cui crediamo che l’essere umano si faccia da sé, da solo, senza passare
attraverso l’altro, un fantasma di autogenerazione, di autofondazione; anche nella politica
abbiamo avuto questa immagine di <fare da sè>. Nella bibbia i Babelici costruiscono la torre che
sfida la potenza di Dio e vogliono farsi un nome da sé. Nessuno di noi si è fatto il proprio nome da
sé, noi portiamo il nome che l’altro ci ha dato, siamo sempre inscritti in una provenienza. Se c’è
qualcosa che accomuna l’umano è la figliazione. Si può vivere senza essere padri, madri e fratelli,
ma non senza essere figli. Questo significa che nessuno si autocostituisce e che ciascuno di noi ha
una provenienza, veniamo dall’altro, portiamo su di noi e sul nostro corpo l’altro. Nel nostro
inconscio, per lo psicanalista, ci sono le parole dell’altro: siamo plasmati, costituiti, organizzati
attraverso le parole, le frasi dell’altro. Nessuno di noi si fa da sé”. Il mondo laico comincia a
scoprire queste cose, è il nostro vissuto fondamentale e noi lo dobbiamo sapere dire, saper
raccontare: non è il potere, ma l’alterità. E’ la vita come servizio, è la vita come coscienza
relazionale, è questo che ci costruisce.
Leggiamo Papa Benedetto al N. 4 “La vittoria sul potere mondano”…. Anche questo ci pone una
riflessione su come noi i poniamo a partire da un cambiamento del cuore, da un servizio che
dobbiamo poi declinare nella società. Declinandolo nella società noi dobbiamo individuare quei
punti fondamentale che poi vengono raccolti in quella che si chiama la dottrina sociale della Chiesa
(che dovremmo conoscere): il bene della persona, il problema della sussidiarietà, il problema della
solidarietà e il problema del bene comune sono come le luci che, partendo dal cuore risorto,
giocano dentro il contesto sociale nel quale noi siamo.
3. La vittoria sul fato Leggete a casa Papa Benedetto al n. 5.
4. La vittoria sulla morte Leggiamo insieme Papa Benedetto al n. 6 …
“Cristo, mia speranza, è risorto”, quindi Cristo risorto ci dà questa speranza, perché ci dà queste vittorie sul
caso, sul fato, sulla morte e sulla modalità di vivere la società di oggi, non come potere, ma come servizio.
Risposte alle domande:
• Verità e libertà. Noi dobbiamo scoprire qual è la volontà del Signore: “La pace sta nella tua
volontà”, dice Dante, nel disegno di Dio. Dobbiamo scoprire il disegno di Dio che però avviene
dentro le circostanze nelle quali anche noi siamo coinvolti. La vocazione non è una cosa meccanica,
preordinata; è chiaro che Dio pensa di noi, però cammina con noi, si fa attraverso il nostro
impegno. Dio la nostra libertà la mette in gioco tutta: “Seguimi se vuoi”. Quindi troviamo i segni del
Signore e li costruiamo cercando di capirli. Il Signore è alleato, cammina con noi e noi cerchiamo di
capire cosa vuole da noi, perché lo vuole insieme con noi. Questo non è un problema semplice: la
predestinazione (es. Calvino). Non, non è predeterminato: il Signore certamente ha un grande
bellissimo disegno su di noi e ce lo ha rivelato in Cristo Gesù. In Lui ci ha fatto capire la sostanza del
disegno. All’interno di quello, noi costruiamo col Signore i nostri percorsi e i nostri cammini.
Mettere insieme grazia e libertà sarà sempre il nostro problema. Oggi è un problema a livello
mondiale, se lo guardiamo dal punto di vista della vita dei popoli: noi occidentali, noi cristiani
abbiamo perfettamente capito che la verità che è il Signore, si propone e si dà alla nostra libertà.
Anzi noi rischiamo nell’occidente di dimenticare la verità e di affermare semplicemente la libertà
non come un’autodeterminazione ragionevole che cerca ciò che è il vero, il bene e il bello, ma come
una un’autodeterminazione soggettivistica: decido io quello che è la verità. Questo è il grande
dramma dell’occidente. Il dramma dell’Islam non è quello di aver problemi con la verità, ma ha
problemi sulla libertà, perché vorrebbe imporre la sua verità. Se tu sei il fedele, allora io ho il diritto
di importi questa verità. Questa è l’immagine di Dio che noi abbiamo, l’immagine ultima di Dio. Ad
esempio l’Islam ha 99 nomi di Dio bellissimi (il clemente, il misericordioso…), però gli manca il 100°
o il 1°, il fondamentale. Voi non troverete mai nell’Islam la parola fondamentale che descrive il
nostro Dio come ci ha insegnato Gesù: Padre. Non è un padre-padrone, è un padre-padre, per cui
quando Gesù ha insegnato la preghiera che noi dobbiamo recitare verso Dio per capire cosa vuole
da noi, Gesù dice di mettere sulla nostra lingua e di pregare quella parola che lui non ha preso dagli
esegeti del tempo, dai liturgisti, dai biblisti, dai teologi, ma la parola Padre è presa dalla bocca del
bambino più piccolo: la prima parola del bimbo ebreo è IMMAH (mamma) e la parola
immediatamente collegata è ABBAH (babbo). Gesù ha preso questa parola del bambino e ha detto
“Quando pregate, dite così ABBAH”. Questo impressionava e gli scribi, i farisei mormoravano “Cosa
è che insegna questo?”. La separazione che sempre deve rimanere, perché Dio è sempre
totalmente altro, però il rapporto col totalmente altro diventa un rapporto familiare, introduce la
familiarità e introduce anche il rapporto nel feriale, cioè supera anche gli spazi (spazio sacro, spazio
profano…no, è nella vita). Allora questo ABBAH non ti predetermina tu con Lui: è un padre, però Lui
ti dice, tu devi saperlo ascoltare, trovare, ma cammina con te.
“Tibi silentium laus” = “Per te il silenzio è lode”. Mentre i pagani dicevano “Devi affaticare il Dio”, se
tu vuoi ottenere qualcosa devi “affaticare il Dio moltiplicando le parole nella preghiera”. Tant’è che
Gesù dirà: “Quando pregate, non moltiplicate le parole, Dio sa quello di cui avete bisogno”, quindi il
silenzio va bene, bisogna recuperarlo.
• Essere discepoli: Diventare discepoli di Gesù vuol dire andargli dietro, seguirlo: io sono la strada.
Andare dietro a lui, cercare di cogliere i passi che noi dobbiamo fare sui passi che lui ci indica . Per
capire bene i passi del Signore, Lui che è presente qui, dobbiamo conoscere la sua Parola,
riappropriarci del Vangelo, della preghiera, ma poi seguirlo. Il discepolo è colui che va “dietro di
me”. Ricordate Pietro quando Gesù gli indica che la strada che porta al compimento della vita,
passa attraverso il dolore, perché il Signore gli fa il discorso della sua morte per noi, Pietro si mette
davanti a Lui e gli dice che non deve fare così, perché il disegno del Padre non può passare
attraverso la morte in croce… E Gesù risponde, povero Pietro, “Dietro di me, Satana, perché tu non
pensi secondo Dio, ma pensi secondo gli uomini”. Dietro di me, vuol dire “Fai il discepolo, impara da
me, non voler fare il maestro di me, stai dietro, impara, ascolta). Dobbiamo essere discepoli del
Signore Gesù che è vivo, presente, risorto, vivo nella comunità, attraverso una Parola LOGOS che si
incarna tra di noi e la parola LOGOS diventa DIA-LOGOS. Abbiamo bisogno di aiutarci insieme per
stare dietro a Gesù e imparare sempre di più il disegno del Padre.
• Impegno sociale dei cattolici: noi e l’AC oggi dobbiamo dare una risposta. Gesù risorto vuole essere
risorgente OGGI: il Regno di Dio non è solamente il Cielo domani. “Venga il tuo Regno”, il regno
definitivo è il compimento felice dell’esistenza (il Cielo), ma fin da oggi ci deve essere il seme del
risorto che trasforma la vita, non è solo fato. Deve essere una risurrezione che è trasformante la
realtà, i rapporti, gli incontri e come tale ci impegna. Noi andiamo al Regno di Dio attraverso i
problemi quotidiani. Gesù non ha detto “Lascia stare il pane, perché il pane vero è la Parola di Dio”,
no, ha detto “Non di solo pane…” Noi siamo dentro la realtà, quindi la resurrezione del Signore è un
germe di vita nuova dentro la realtà. E qual è la realtà? Vale sempre il convegno di Verona che
parlava dell’esistenza degli ambiti: la resurrezione del Signore deve essere vincente negli ambiti
affettivi (matrimonio e famiglia), negli ambiti del lavoro (impegno per il mondo), negli ambiti della
fragilità, negli ambiti della educazione, negli ambiti della vita sociale e politica. Gli ambiti familiari
non riguardano solo il volerci bene, il costruire una famiglia buona, il fondare un matrimonio
autentico, ma riguardano anche l’aiutare dal punto di vista sociale. Che leggi stanno venendo fuori
ultimamente? Che mentalità sta venendo fuori che poi vuole tradursi in leggi e in comportamenti?
Non possiamo non impegnarci. Non dobbiamo essere dualisti, noi dobbiamo partire dalla fede, la
fede che vive attraverso le opere di carità. Le opere di carità non sono solamente le opere della
Caritas (che ci devono essere), ma sono anche le opere di quella alta forma di carità che è la politica
(Paolo VI), cioè l’impegno per la polis, per il bene comune. Qui abbiamo un lavoro grandissimo da
fare, proprio perché io voglio che Cristo risorto, sia risorgente nella tua famiglia, tu che non hai
lavoro… Io mi devo quindi impegnare per questo. Non vuol dire solo andare con la corona del
rosario e con il Vangelo, ma vuol dire impegnarci noi concretamente. Come cattolici siamo ancora
un po’ indietro su questo aspetto, non abbiamo più rappresentanze, dobbiamo ricostruire. Gesù
risorto, quando aveva la gente che aveva fame, non moltiplicava? Quando aveva la gente che era
cieca, non interveniva? Non faceva dei segni? Non diceva solo “Beh, ma domani sarai contento nel
paradiso”? No, anche oggi interveniva. La misericordia per Gesù era sempre un vedere i bisogni
della gente, vedere la situazione, commuoversi nel cuore fino a piangere di fronte alla morte (di
Lazzaro ed es.) ed intervenire. Altrimenti la misericordia diventa buonismo che è il pericolo di oggi.
• Vivere la fede nel risorto. Gesù è vincitore e vuol essere vincente in noi. La sua vittoria che per lui è
definitiva, vuol essere la nostra vittoria. A noi ci è donata come seme che deve crescere. Noi
dobbiamo ripercorrere il cammino pasquale del Signore Gesù, un cammino morte e vita. Noi siamo
dentro al cammino, al faticoso cammino, per cui dobbiamo dare morte alla morte, a tutto ciò che è
negativo e la risurrezione del Signore si pone nel nostro cuore come “mortifera” di tutto ciò che è
negativo e dobbiamo far venire fuori ciò che è bello. Questo è il lavoro. Se leggete Matteo 13, il
Regno di Dio è come un seme, è un poco di lievito, è come buon grano in mezzo a zizzania. Gesù ce
lo ha detto: “Nel mondo voi avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”. E’
quello che San Francesco aveva, tant’è che diceva: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi
è diletto”. Questi sono i grandi santi. Però a noi non è evitato il percorso faticoso. La vita eterna che
ci è promessa, già oggi inizia come centuplo quaggiù in mezzo a persecuzioni. Il centuplo non vuol
dire la risoluzione dei problemi (non c’è più la malattia, non c’è più il dolore…), ma che tu dentro la
malattia, il dolore, vivi cento volte meglio, affronti cento volte meglio questa umanità. Sicché, se
non avessi la fede, l’incontro con il risorto, come la risolveresti? Cosa diceva Sartre, chi siamo noi?
“Noi siamo gente gettata nel mondo per caso”, che viviamo secondo il caso, sottoposti al caso.
Vivremmo anche noi così, vivremmo una vita casuale e finiremmo nel nichilismo, come un po’ oggi.
Allora noi dobbiamo avere questa fede nel Signore Gesù, dobbiamo pregare perché non ci venga
mai mano e, altro aspetto dal Vangelo di oggi, “Vogliamo vedere Gesù”: vedere = entrare nel suo
segreto, conoscerlo. Poi Filippo (nome greco, che ama i cavalli) andò a dirlo ad Andrea (nome
greco, l’uomo e se lo diciamo in termini ebraici, diciamo Adamo) e insieme Andrea e Filippo a dirlo
a Gesù. Mi piace questo movimento: se voglio vedere Gesù io devo avere una compagnia, devo
avere un gruppo, qualcuno che mi porta da Gesù (es. l’Azione Cattolica). Gesù rispose loro: “Mi
vuoi vedere? Vuoi vedere dove sono? Vuoi capire chi sono? Vuoi capire dove sta l’uomo nuovo nel
mondo? Guardami sulla croce. Guardami là dove io mi dono per te. Tu devi imparare cosa vuol dire
l’amore fino al supremo dono di sè”. L’uomo nuovo è colui che si dona, è l’Agnello che si è
immolato. Tu devi imparare dove sta la verità, Gesù indica questo. Allora tu vedi Gesù, capisci chi è
Gesù, se tu lo cogli nella profondità del dono di sé. Non può non essere così, perché Gesù è il figlio
di Dio, quindi vive la profondità del mistero trinitario nell’assoluto dono reciproco. Dio è amore, se
entra nella storia, Dio è amore, ma la storia non lo accoglie, quindi la storia traduce quell’amore di
Dio nella croce. Avete presente il mito della caverna di Platone? I padri della chiesa erano
impressionati da questo mito, perché dice che noi siamo tutti dentro una caverna, abbiamo le
ombre, cioè le apparenze, non vediamo la realtà. Per vedere la realtà ci vuole qualcuno che
dall’interno della caverna salga e venga alla luce del sole. Se arriva alla luce del sole, il sole illumina
e lui vede la realtà. Allora torna nella caverna e dice “Guardate che la realtà non sono le ombre, la
realtà è questa…” (e dice la verità), ma se torna alla caverna degli uomini e dice un’altra verità, cosa
gli succede? Viene percosso, viene accecato e viene ultimamente impalato (crocifisso…400 anni
prima di Gesù). Quando i padri della chiesa leggevano questo dicevano “è proprio così”. La verità, se
viene nel mondo, dentro le apparenze in cui noi viviamo, noi non accogliamo la sua luce, ma lo
impaliamo, lo crocifiggiamo, lo mettiamo in croce, come è accaduto. Il genio umano ha capito
razionalmente che il bene in questo mondo è crocifisso, è estromesso. “Venne tra i suoi, ma i suoi
non lo hanno ricevuto, ma a coloro che lo hanno ricevuto, ha dato il potere -la possibilità – di
diventare figli di Dio”. Una rinascita e quindi dobbiamo scommettere su questa cosa qui,
scommetterci fino in fondo.

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