Uscita a Vignola con Don Erio

4 ottobre 2025

Sabato 4 ottobre, un gruppo di adulti dell’AC ha fatto una bella uscita a Vignola per incontrare il vescovo Don Erio Castellucci. Una giornata intensa, piena di bellezza e riflessione.

La mattinata è iniziata con la visita alla chiesa della Beata Vergine della Pieve e al suggestivo palazzo Barozzi, che ci ha davvero colpiti per la sua storia e atmosfera.

Nel pomeriggio, ci siamo ritrovati con Don Erio per un momento di confronto e spiritualità, guidato dalla figura di San Francesco, in occasione degli 800 anni dalla sua morte. Come sempre, Don Erio ci ha accompagnati con la sua profondità e semplicità.

Ci ha raccontato di un libro dell’economista Stefano Zamagni che parla dell’origine francescana dell’economia d’impresa. Già nel XIV secolo, alcuni francescani avevano dato vita ai Monti di Pietà, inventando una forma di credito per sostenere il lavoro. Tutto nasce dall’intuizione di Francesco: la povertà non è nemica dei beni, ma dell’avidità. Chi ha qualcosa, lo condivide. I beni non si possiedono per sé, ma si mettono a disposizione.

Abbiamo parlato anche del creato, spesso ridotto all’immagine di “San Francesco ecologista”. Ma il Cantico delle Creature è molto di più: è una lode a Dio attraverso la bellezza del mondo. Né gli ecologisti estremi né i detrattori sembrano coglierne il senso profondo.

Don Erio ha ripercorso i momenti chiave della vita di Francesco: il crocifisso di San Damiano, l’abbraccio al lebbroso, l’incontro col lupo di Gubbio, il dialogo col sultano, la Regola… tutto parla di fraternità, condivisione e cura del creato.

Ha citato anche papa Francesco: “O si riscopre la fraternità, o non ci sarà futuro”. Una frase che ci interpella. La fraternità universale, intuizione di Francesco, è la base delle relazioni vere — e non è facile viverla, nemmeno con i nostri “fratelli maggiori”, gli ebrei.

Poi ha toccato un tema delicato: la cosiddetta “teologia della prosperità”, molto diffusa in USA e Brasile, secondo cui chi ha successo è benedetto da Dio, e chi è povero o soffre… no. Una visione pericolosa, che giustifica anche le guerre e crea divisioni.

Alla domanda su cosa possiamo fare noi cristiani di fronte ai conflitti nel mondo, Don Erio ha risposto con grande concretezza:

  • Serve un’indignazione informata: non rabbia cieca, ma consapevolezza e serietà
  • Serve la preghiera, che cambia i cuori innanzitutto di chi prega
  • Serve l’aiuto concreto
  • Serve testimonianza e educazione alla pace

Ha condiviso anche alcune iniziative locali: raccolte fondi (come i 1.500 euro per i bambini di Gaza), reti di associazioni, veglie, missioni mediche, progetti con scuole e giovani. Segni di un impegno che continua.

Ha chiuso con un messaggio forte e chiaro: la strada è coltivare una fraternità inclusiva, fatta di gesti quotidiani e proposte educative. Solo così possiamo costruire speranza e solidarietà durature.

Alla domanda se ci sono anche delle notizie positive Don Erio ha risposto che ci sono tanti segnali di disponibilità verso il Vangelo o comunque verso le proposte di senso. Il papa attuale ha individuato l’immagine del lievito come aspetto della presenza della Chiesa nella società. Questo deve essere il nostro servizio: non pretendere di essere tutta la pasta ma quella proposta, quell’ingrediente, che aiuta le persone a venire fuori.

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