A Mirandola con Don Erio – FESTINCONTRO 2026

L’incontro  con Erio Castellucci si è aperto con la visione del discorso di Papa Leone XIV durante la veglia per la pace dell’11 aprile 2026, una scelta che ha orientato fin dall’inizio lo sguardo dei partecipanti verso una lettura profonda e non superficiale della realtà attuale. Il tema della pace è emerso immediatamente non come una questione astratta o spirituale nel senso riduttivo del termine, ma come una responsabilità concreta che interpella la coscienza personale, la vita delle comunità e le decisioni politiche.

Nel suo intervento, il Papa ha affermato con chiarezza che la guerra non è un destino inevitabile, ma il frutto di scelte umane. Questa affermazione, in continuità con il forte richiamo di Paolo VI al “mai più la guerra”, restituisce all’uomo la sua responsabilità storica e morale. Non esiste alcun determinismo che giustifichi i conflitti: ogni guerra nasce da decisioni precise e, proprio per questo, può essere evitata o fermata.

Un passaggio particolarmente significativo riguarda l’uso del nome di Dio. Papa Leone XIV ha denunciato con forza il rischio di trascinare Dio nei discorsi di morte, trasformando la religione in uno strumento di legittimazione della violenza. La preghiera autentica, al contrario, porta l’uomo a riconoscere il proprio limite e non può mai diventare giustificazione dell’uccidere. Su questo punto si è innestata la riflessione di don Erio, che ha richiamato anche l’insegnamento di Giovanni Paolo II, sottolineando come il magistero della Chiesa sia stato costante nel rifiutare ogni forma di sacralizzazione della guerra.

Guardando ai conflitti contemporanei, è stato evidenziato come la dimensione religiosa sia spesso presente, ma in modo ambiguo e talvolta strumentale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iran, il riferimento al religioso emerge nei linguaggi e nelle giustificazioni dei conflitti, mostrando come la religione possa diventare tanto una risorsa per la pace quanto un elemento di radicalizzazione. In questo contesto, don Erio ha offerto alcune chiavi di lettura distinguendo tra diversi scenari culturali e religiosi: nel mondo islamico sciita esiste una forte integrazione tra religione e politica, mentre in Israele la dimensione religiosa si intreccia profondamente con l’identità storica e culturale del popolo ebraico; negli Stati Uniti, infine, alcune correnti religiose influenzano anche la sfera politica, contribuendo a visioni talvolta semplificate e ideologiche.

Il nodo decisivo della riflessione è stato individuato nel criterio con cui si interpreta la fede. Per il cristiano, tale criterio è Cristo: senza questo riferimento, anche la Scrittura può essere letta in modo distorto, fino a giustificare la violenza. È proprio la perdita di questo centro che apre la strada a derive pericolose, in cui Dio viene piegato agli interessi umani.

Accanto alla dimensione religiosa, è stata sottolineata anche la fragilità dell’attuale equilibrio internazionale. Gli organismi che dovrebbero garantire mediazione e contenimento dei conflitti appaiono oggi indeboliti, lasciando spazio a dinamiche in cui chi detiene il potere può agire con maggiore libertà. In questo scenario, il richiamo del Papa alla responsabilità dei governanti assume un valore ancora più urgente.

Tuttavia, il cuore del messaggio resta profondamente spirituale e personale. La pace non riguarda solo le relazioni tra gli Stati, ma nasce innanzitutto nel cuore dell’uomo. La preghiera, lungi dall’essere una fuga dalla realtà, diventa allora un impegno concreto di conversione, un lavoro su ciò che dentro ciascuno alimenta divisione e conflitto. In questo senso, il richiamo di Papa Francesco agli “artigiani di pace” illumina il cammino quotidiano di ogni credente.

L’incontro ha consegnato al gruppo adulti di Azione Cattolica una responsabilità chiara: vivere una fede matura, capace di discernimento, evitare semplificazioni ideologiche e assumere uno stile concreto di costruzione della pace nelle relazioni quotidiane. La pace non è un’utopia, ma una possibilità reale, che si costruisce nel tempo, con pazienza, attraverso scelte coerenti e gesti concreti. Essa chiede di non restare spettatori, ma di riconoscere il proprio posto all’interno di un più grande mosaico, contribuendo con responsabilità alla costruzione di un mondo più giusto e riconciliato.

Un esempio di gesto concreto ce l’ha raccontato Don Francesco giovane parroco al quale è stata affidata la cura e la gestione dell’Oratorio del duomo di Mirandola. Le sue parole alla domanda cosa avete fatto per far sì che i ragazzi cominciassero a frequentare l’Oratorio sono state:

Abbiamo aperto il cancello, abbiamo garantito una presenza costante, poi cosa ne verrà fuori lo sa solo il Signore.  Abbiamo cercato e ottenuto l’aiuto di una persona competente, formata che ci supportasse al bisogno. Il mio pensiero è che dovremmo curare il dialogo e le forme di accoglienza perché siano vere forme di ACCOGLIENZA in quanto dobbiamo superare tutte le barriere comprese quelle generazionali, spesso facciamo fatica o toccarci tra generazioni

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